DNA, Persone e Software: Un Approccio Olistico alla Trasformazione Digitale

Introduzione

Le organizzazioni di medie e grandi dimensioni rappresentano ecosistemi complessi in cui centinaia o migliaia di individui collaborano per raggiungere obiettivi comuni. Comprendere la natura profonda di queste strutture richiede modelli interpretativi che vadano oltre gli organigrammi tradizionali. Questo articolo propone una prospettiva di analisi innovativa: osservare l’azienda moderna come un organismo vivente, dove persone, software e cultura aziendale interagiscono in una simbiosi evolutiva continua, spesso caratterizzata da tensioni, conflitti e disfunzioni tanto quanto da armonie.

L’Organizzazione come Macro-Organismo

Immaginiamo una società strutturata come un organismo biologico complesso. In questa metafora, ogni componente aziendale trova il suo corrispettivo naturale:

Le persone sono le cellule dell’organismo. Così come in un corpo umano esistono cellule specializzate (neuroni, cellule muscolari, cellule epiteliali), nelle organizzazioni troviamo professionisti con competenze diverse: manager, tecnici, amministrativi, operatori. Ogni “cellula” svolge funzioni specifiche, ma è l’interconnessione tra tutte che permette all’organismo di vivere e prosperare.

Il software è il sistema nervoso che connette e coordina. L’insieme dei sistemi informatici utilizzati dall’organizzazione non è un semplice strumento passivo, ma rappresenta la rete di trasporto delle informazioni che permette alle diverse parti dell’organismo di comunicare, coordinarsi e agire in modo sincronizzato. Come il sistema nervoso trasmette impulsi elettrici tra cervello e periferia, il software veicola dati, istruzioni e feedback tra tutti i livelli organizzativi.

Il DNA aziendale è la cultura organizzativa che codifica comportamenti e strategie. Valori aziendali, storia dell’organizzazione, procedure consolidate, filosofie operative: tutto questo costituisce il codice genetico che determina come l’organismo si comporta, reagisce agli stimoli esterni e si evolve nel tempo.

La Simbiosi Evolutiva tra Componenti

Ciò che rende questa metafora particolarmente utile è la capacità di descrivere le dinamiche di interdipendenza e co-evoluzione tra gli elementi del sistema, incluse le loro disfunzioni.

Il Software: Strumento e Vincolo

Il software aziendale occupa una posizione ambivalente in questo ecosistema. Da un lato, è uno strumento al servizio dell’organizzazione,  progettato per aumentarne l’efficienza e facilitare le operazioni. Dall’altro, una volta implementato, diventa spesso un fattore rigido che vincola e cristallizza i comportamenti organizzativi in modi non sempre prevedibili o desiderabili.

Nel tempo quindi i flussi non sono più percepiti come scelte tecniche, ma come “il modo in cui si fanno le cose qui”. Il software ha plasmato la cultura operativa. Le persone adattano i loro comportamenti ai limiti e alle possibilità del sistema, che a sua volta viene percepito non come uno strumento modificabile, ma come una “legge naturale” dell’organizzazione.

Consideriamo un esempio concreto: un’azienda adotta un sistema ERP negli anni 2000 per gestire ordini e magazzino. Il sistema impone determinati flussi di lavoro: un ordine deve passare attraverso quattro livelli di approvazione, con campi obbligatori che richiedono informazioni non sempre disponibili al momento dell’inserimento. Nel tempo, questi vincoli tecnici diventano prassi operativa. I dipendenti sviluppano workaround: inseriscono dati fittizi nei campi obbligatori per sbloccare il processo, creano ordini “parcheggio” in attesa di informazioni, usano i campi note per funzioni mai previste dai progettisti. Il software, pensato per standardizzare, ha generato una serie di pratiche informali che lo aggirano. Quando dieci anni dopo l’azienda vuole sostituire il sistema, scopre che è impossibile mappare i processi reali: le persone non ricordano più perché fanno certe operazioni in un certo modo, sanno solo che “si è sempre fatto così” e che “se non lo fai il sistema si blocca”.

Le Cellule in Trasformazione

Come negli organismi biologici, anche nelle organizzazioni le cellule nascono, crescono, si specializzano e muoiono. I dipendenti vengono assunti (nuove cellule), cambiano ruolo acquisendo competenze specialistiche (differenziazione cellulare), e infine lasciano l’organizzazione per pensionamento o altre ragioni (morte cellulare). Questo turnover naturale dovrebbe favorire il rinnovamento dell’organismo, ma nella pratica genera problemi significativi.

Quando una “cellula” critica lascia l’organizzazione, spesso porta con sé conoscenze, esperienze e competenze insostituibili. Non si tratta solo di competenze tecniche documentabili, ma di quella conoscenza tacita fatta di relazioni, contatti, “sapere chi chiamare quando”, comprensione profonda dei meccanismi informali che fanno funzionare davvero l’organizzazione. Il responsabile del reparto acquisti che va in pensione conosceva personalmente i fornitori da vent’anni, sapeva quali sollecitare e quali invece gestire con pazienza, quali promesse prendere sul serio e quali ignorare. Questa conoscenza non è nel gestionale, non è documentata da nessuna parte, e il suo successore impiegherà anni a ricostruirla per tentativi ed errori.

Inoltre, il turnover generazionale crea discontinuità nella memoria organizzativa. Le nuove generazioni di dipendenti trovano sistemi software che nessuno più sa davvero spiegare: “Funziona così perché sì”, “Non toccare quella configurazione perché una volta qualcuno l’ha cambiata ed è successo un casino”. Si crea una sorta di superstizione tecnologica, dove le persone eseguono rituali di cui hanno perso il significato originario.

Il DNA: Memoria e Guida Evolutiva

La cultura aziendale, rappresentata dal DNA in questa metafora, non è statica ma evolve attraverso le esperienze accumulate, le crisi superate, i successi ottenuti. Il problema è che il DNA aziendale accumula tanto le soluzioni vincenti quanto le risposte disfunzionali, senza necessariamente distinguere tra le due.

Una società che vent’anni fa ha subito un grave incidente a causa di un controllo qualità insufficiente può sviluppare procedure di verifica così macchinose da paralizzare la produzione. Il trauma originale viene dimenticato, ma la procedura sopravvive, percepita come “burocrazia inutile” dalle nuove generazioni che non ne conoscono l’origine. Tentare di eliminarla genera resistenze feroci da chi ricorda, anche vagamente, che “serve per qualcosa di importante”.

Il DNA aziendale tende inoltre a perpetuare strutture di potere e privilegi. Procedure che richiedono l’approvazione di determinati ruoli non esistono per efficienza, ma perché garantiscono visibilità e controllo a chi occupa quelle posizioni. Modificare il software per automatizzare o semplificare significa spesso ridistribuire il potere, e questo genera resistenze che nulla hanno a che fare con l’efficienza ma tutto con la politica organizzativa.

La Dimensione Temporale: Memoria Storica e Previsione

Uno degli aspetti interessanti di questo modello è incorporare la dimensione temporale.

Osservare un’organizzazione come organismo vivente significa riconoscere che:

  1. La storia spiega il presente, ma spesso è illeggibile: Molti comportamenti organizzativi apparentemente irrazionali trovano spiegazione nella storia aziendale. Il problema è che questa storia è raramente documentata in modo accessibile. Le persone che “sanno perché” sono andate in pensione, le decisioni strategiche non sono mai state verbalizzate, i progetti falliti sono stati rimossi dalla memoria collettiva per imbarazzo o autoassoluzione. Un processo macchinoso può essere il residuo di una normativa ormai superata; una resistenza al cambiamento può derivare da un precedente fallimento traumatico nella trasformazione digitale.
  2. I pattern del passato suggeriscono traiettorie future, ma sono difficili da leggere: Un’azienda che ha fallito tre progetti di trasformazione digitale negli ultimi dieci anni probabilmente ripeterà gli stessi errori nel quarto, a meno di un’analisi critica profonda. Ma questa analisi raramente avviene: ogni nuovo management arriva convinto di essere diverso e migliore dei predecessori, e ripete gli stessi errori con nomi nuovi. Un’azienda che storicamente ha investito nella formazione e nell’innovazione tecnologica mostrerà probabilmente maggiore resilienza rispetto a una che ha sempre privilegiato soluzioni conservative.
  3. La memoria organizzativa è frammentata e contraddittoria: Risiede nelle persone (conoscenza tacita, spesso incomunicabile), nel software (dati storici spesso mal strutturati, workflow fossilizzati) e nella cultura (procedure scritte che nessuno segue più, valori dichiarati che contraddicono le pratiche reali). Questi tre repository di memoria sono spesso in conflitto tra loro.

Società strutturata come un organismo biologico complesso
Società strutturata come un organismo biologico complesso

Applicazioni Pratiche del Modello

Diagnosi Organizzativa: Riconoscere i Sintomi Patologici

Questo framework permette di condurre diagnosi più profonde sullo stato di salute organizzativo, concentrandosi sui segnali di disfunzione:

Patologie del sistema nervoso (il software):

Il sistema nervoso aziendale può essere affetto da diverse patologie croniche. La più comune è la frammentazione: l’azienda utilizza decine di software diversi che non comunicano tra loro. I dati degli ordini vivono nell’ERP, le informazioni sui clienti nel CRM, i documenti in SharePoint, le comunicazioni su email e chat, i progetti in un tool di project management. Ogni sistema è un’isola. Le persone fanno da ponte umano: scaricano un Excel da un sistema, lo rielaborano, e lo caricano in un altro. Questo non è efficienza, è lavoro manuale mascherato da digitalizzazione.

Un altro sintomo critico è l’obsolescenza tecnologica: sistemi in uso da quindici-vent’anni, basati su tecnologie che l’azienda fornitrice non supporta più, gestiti da quel singolo consulente esterno che ormai fa parte dell’arredamento aziendale. Questi sistemi funzionano “abbastanza bene da non giustificare la sostituzione” ma “abbastanza male da generare inefficienze continue”. Sono pieni di bug noti e accettati (“sì, quella schermata si chiude da sola, devi riaprirla e riprovare”), limitazioni imbarazzanti (“non puoi inserire più di 250 caratteri nel campo note”) e incompatibilità con gli standard moderni (“no, non si integra con il sistema di autenticazione unico, devi ricordarti una password separata”).

La crescita tumorale è un’altra patologia frequente: personalizzazioni su personalizzazioni, moduli aggiuntivi accumulati negli anni, report custom che nessuno usa più ma che nessuno osa eliminare. Il sistema diventa così complesso che anche aggiornamenti minori richiedono mesi di test perché nessuno sa più cosa influenza cosa. I costi di manutenzione crescono esponenzialmente mentre la fruibilità diminuisce.

Patologie delle cellule (le persone):

Il turnover patologico si manifesta in due forme opposte. Da un lato, l’emorragia di competenze: tassi di turnover superiori al 20-30% annuo in ruoli chiave, con conseguente perdita continua di conoscenza organizzativa. Dall’altro, la sclerosi: persone negli stessi ruoli da venti-trent’anni, resistenti a qualsiasi cambiamento, che hanno sviluppato routine ottimizzate per il software attuale e vedono qualsiasi modifica come una minaccia personale.

La mancata differenziazione è un problema altrettanto serio: persone assunte come “figure generiche” che vengono utilizzate per tappare buchi ovunque, senza mai sviluppare una vera specializzazione. O il suo opposto, l’iper-specializzazione: l’unica persona in azienda che sa gestire quella specifica procedura, creando un collo di bottiglia umano e un single point of failure.

Un sintomo particolarmente preoccupante è quello che potremmo chiamare adattamento rassegnato: le persone hanno imparato a convivere con disfunzioni così profonde che le percepiscono come normali. “Sì, devo inserire due volte gli stessi dati perché i sistemi non parlano tra loro”, “Certo che impiega venti minuti ad aprirsi, è sempre stato così”, “Ovvio che il venerdì pomeriggio il sistema è lentissimo, tutti stanno caricando i timesheet”. Questa normalizzazione della disfunzione rende difficilissimo ottenere un vero commitment verso il cambiamento: perché dovrebbero credere che qualcosa possa migliorare, quando nessun miglioramento è mai arrivato negli ultimi dieci anni?

Patologie del DNA (la cultura):

Il DNA aziendale può essere affetto da mutazioni patologiche: procedure nate per affrontare problemi ormai inesistenti che persistono come tradizione sacra e intoccabile. Controlli su controlli stratificati negli anni, ciascuno introdotto dopo uno specifico incidente, che creano una burocrazia soffocante. Nessuno sa più quale controllo serve davvero e quale è ridondante, ma eliminarli è politicamente impossibile.

La frammentazione culturale è un altro problema critico: diverse divisioni aziendali, nate magari da acquisizioni successive, che mantengono culture, procedure e software completamente diversi. Ufficialmente sono “un’unica azienda”, nella pratica sono entità separate che faticano a comunicare. I tentativi di unificazione vengono vissuti come colonizzazioni, con resistenze feroci da chi teme di perdere la propria identità (e i propri privilegi).

Un sintomo particolarmente insidioso è la cultura della colpa: quando qualcosa va storto, l’organizzazione cerca il colpevole invece di analizzare le cause sistemiche. Questo genera comportamenti difensivi: le persone creano “tracce” di copertura (email ridonanti, richieste di conferma scritte per ogni minuzia), lavorano seguendo pedissequamente procedure anche quando sono palesemente inadeguate (“l’ho fatto come dice il manuale, non è colpa mia se il risultato è assurdo”), e soprattutto evitano di segnalare problemi per paura di essere identificati come “quelli che creano problemi”.


Applicazioni pratiche del Modello
Applicazioni pratiche del Modello

Strategie di Intervento: La Complessità dell’Agire

Riconoscere l’azienda come organismo vivente non facilita la trasformazione, anzi ne rivela la complessità intrinseca e suggerisce approcci più olistici alla trasformazione. Ecco alcune strategie, con i loro limiti reali:

Evoluzione graduale: tra necessità e trappola

Gli organismi biologici tollerano male i cambiamenti drastici, così come le organizzazioni. L’approccio incrementale è spesso l’unico praticabile, ma ha un problema fondamentale: i piccoli cambiamenti tendono a essere riassorbiti dall’organismo senza modificarne la struttura profonda. È il paradosso del cambiamento organizzativo: i cambiamenti abbastanza piccoli da essere accettati sono spesso troppo piccoli per essere efficaci; i cambiamenti abbastanza grandi da essere efficaci sono spesso troppo grandi per essere accettati.

Un’azienda decide di modernizzare gradualmente i suoi processi. Inizia con un reparto pilota: nuova piattaforma, formazione intensiva, supporto dedicato. Il progetto pilota funziona. Ma quando si tenta l’estensione agli altri reparti, emergono i problemi: “Nel nostro reparto è diverso, non possiamo usare lo stesso strumento”, “Non abbiamo tempo per la formazione, siamo in alta stagione”, “Il vecchio sistema funziona bene per noi, perché dovremmo cambiare?” Il progetto si arena, il reparto pilota diventa un’isola disconnessa dal resto, dopo due anni anche loro tornano alle vecchie abitudini perché “è troppo complicato fare diversamente dagli altri”.

Interventi sistemici: l’illusione della pianificazione totale

L’approccio sistemico (che considera l’intero sistema nelle sue interconnessioni, anziché le singole parti isolate) è teoricamente corretto: non puoi cambiare solo il software senza considerare cultura e competenze. Ma nella pratica, l’intervento sistemico richiede una capacità di coordinamento, una disponibilità di risorse e un commitment politico che raramente esistono nelle organizzazioni reali.

Un progetto di trasformazione digitale “fatto bene” richiede: sostituzione/aggiornamento del software, riorganizzazione dei processi, ridefinizione dei ruoli, formazione massiccia, gestione del cambiamento, comunicazione interna, gestione delle resistenze, supporto psicologico per chi teme di perdere competenze o rilevanza. Tutto questo mentre l’azienda continua a operare normalmente, servire i clienti, gestire le emergenze quotidiane. È come ristrutturare un aereo in volo.

Il risultato è che i progetti sistemici spesso falliscono non per errori tecnici, ma per esaurimento delle risorse e dell’attenzione organizzativa. Dopo due anni di riunioni, workshop, migrazioni dati, formazione, debugging, workaround, l’organizzazione è semplicemente esausta. Il nuovo sistema magari funziona al 70% di quello che dovrebbe, ma l’organizzazione non ha più energie per arrivare all’80%. Il progetto viene dichiarato “sostanzialmente concluso” e si passa ad altro, lasciando un ibrido disfunzionale tra vecchio e nuovo.

Preservare la memoria: il problema di ciò che non viene detto

Documentare le decisioni, i processi, il “perché” delle scelte è fondamentale. Ma cosa viene davvero documentato? Le decisioni ufficiali, razionali, difendibili. Non vengono documentati i compromessi politici (“abbiamo scelto quel fornitore perché è il cugino del CFO”), gli errori di valutazione (“eravamo convinti che quella tecnologia sarebbe diventata lo standard”), le resistenze sommerse (“il reparto X ha boicottato silenziosamente il progetto per sei mesi”).

La documentazione formale crea spesso una narrazione edulcorata della realtà organizzativa, che serve più a giustificare decisioni a posteriori che a creare vera comprensione. Quando un nuovo manager arriva e legge la documentazione del progetto Y, trova una descrizione di successo e best practice. Quello che non trova sono le note informali, le conversazioni nei corridoi, le email mai archiviate che raccontavano una realtà diversa: il progetto era stato sostanzialmente un fallimento mascherato, aveva generato inefficienze nascoste, e le persone lo odiavano ma erano troppo stanche per combatterlo.

Gestire la resistenza: capire prima di etichettare

La resistenza al cambiamento viene spesso trattata come un problema psicologico individuale: “Sono resistenti perché hanno paura del nuovo, bisogna rassicurarli”. Ma gran parte della resistenza è razionale, non emotiva. Le persone resistono perché hanno capito, meglio del management, quali saranno le conseguenze concrete del cambiamento proposto.

Un nuovo sistema promette di automatizzare il processo di approvazione ordini. I responsabili approvazione resistono, vengono etichettati come “conservatori”. Ma loro hanno capito che l’automazione proposta eliminerà quel momento di controllo umano che permetteva di intercettare ordini anomali, clienti problematici, situazioni che richiedono attenzione speciale. L’automazione aumenterà l’efficienza del 95% dei casi normali, ma creerà disastri nel 5% dei casi eccezionali. E quel 5% genera l’80% dei problemi reali.

La resistenza va ascoltata, non combattuta. Spesso contiene informazioni preziose su aspetti del sistema che i progettisti hanno trascurato. Ma ascoltare la resistenza richiede tempo, rallenta i progetti, complica le roadmap, mette in discussione decisioni già prese. È molto più semplice etichettare i resistenti come “ostacolo al progresso” e procedere comunque.

Il problema della misurabilità

Come misuri il successo di un intervento su un organismo complesso? I KPI (Key Performance Indicators) tradizionali (tempi di processo, costi operativi, numero di ticket di supporto) catturano solo una frazione della realtà. Un nuovo sistema può ridurre i tempi di elaborazione ordini del 30% (successo!) mentre aumenta del 200% gli errori di fatturazione che richiederanno mesi per essere scoperti e sistemati (fallimento invisibile nel breve termine).

Le metriche inoltre vengono regolarmente manipolate, consciamente o inconsciamente. Se il KPI è “tempo medio di risoluzione ticket”, le persone impareranno a chiudere i ticket velocemente, anche se il problema non è davvero risolto. Se il KPI è “numero di ore di formazione erogate”, l’organizzazione farà molta formazione formale che le persone seguiranno distrattamente mentre pensano al lavoro che si sta accumulando sulla scrivania.

Affrontare la realtà politica

Ogni intervento su un organismo organizzativo ridistribuisce potere, visibilità, risorse, prestigio. Un nuovo sistema che automatizza le approvazioni riduce il potere di chi approvava. Una dashboard che rende visibili metriche prima opache espone inefficienze che qualcuno preferiva tenere nascoste. Un’integrazione tra sistemi elimina quel ruolo di “ponte umano” che dava a certe persone una posizione insostituibile.

Le trasformazioni falliscono raramente per ragioni tecniche. Falliscono perché qualcuno con abbastanza potere ha deciso, consciamente o inconsciamente, di farle fallire. Non boicottaggio aperto, ma passività strategica: “Sì, parteciperemo al progetto”, poi non si presentano alle riunioni, o si presentano ma non decidono nulla, o decidono ma non implementano. L’organizzazione ha anticorpi politici che rigettano interventi percepiti come minacce. Affrontare questa realtà richiederebbe riconoscerla apertamente, discuterne, negoziare compensazioni e nuovi equilibri. Ma la cultura aziendale dominante richiede che si finga di credere che le decisioni siano puramente tecniche e razionali. Si può parlare di “gestione del cambiamento”, “comunicazione”, “coinvolgimento degli stakeholder”, ma non si può dire apertamente: “Questo progetto toglierà potere al reparto X, e loro lo sanno, e lo combatteranno, e dobbiamo decidere se abbiamo abbastanza potere politico per imporglielo o se dobbiamo trovare un compromesso che preservi parte dei loro interessi”.


Approccio Olistico
Approccio Olistico

Approccio Olistico: Cos’è, Perché, Controindicazioni

Cos’è l’Approccio Olistico

L’approccio olistico (dal greco “holos”, intero) alla trasformazione aziendale significa considerare l’organizzazione come un sistema integrato dove persone, software e DNA culturale sono interconnessi e si influenzano reciprocamente. Non si può intervenire su una componente pretendendo che le altre rimangano inalterate o non reagiscano. È l’opposto dell’approccio riduzionista che isola i problemi (“il software è lento”, “le persone non sono formate”, “la cultura è resistente”) e cerca di risolverli separatamente.

Nella metafora biologica che abbiamo sviluppato, l’approccio olistico corrisponde al riconoscere che non puoi curare un organo ignorando come questo influenza e viene influenzato dal resto del corpo. Se sostituisci il sistema nervoso (software), il resto dell’organismo deve adattarsi. Se alcune cellule muoiono (turnover), il sistema nervoso deve compensare. Se il DNA muta (cambio culturale), sia cellule che sistema nervoso devono evolvere di conseguenza.

Perché è Necessario

L’approccio olistico è necessario perché gli interventi parziali generano conseguenze sistemiche imprevedibili e spesso controproducenti. Consideriamo alcuni esempi reali:

Caso 1: Aggiornamento software senza formazione adeguata. Un’azienda sostituisce il vecchio gestionale con una piattaforma moderna e intuitiva. Il progetto è tecnicamente perfetto: migrazione dati senza errori, performance eccellenti, interfaccia user-friendly. Ma la formazione è inadeguata: due giorni di corso con troppi argomenti. Risultato: le persone usano il nuovo sistema come usavano il vecchio, sfruttando il 20% delle funzionalità, ricreando gli stessi workaround, ignorando le automazioni disponibili. Il software è cambiato, ma il comportamento delle persone no. L’investimento tecnico è sprecato perché si è ignorata la componente umana.

Caso 2: Formazione senza cambio di software. Un’azienda investe massicciamente in formazione su metodologie agili, lean thinking, data-driven decision making. Le persone escono dai corsi motivate e piene di idee. Ma i sistemi informatici non supportano queste nuove pratiche: i dati sono frammentati, i report richiedono giorni per essere generati, i workflow sono rigidi. Dopo qualche settimana di frustrazione, tutti tornano ai vecchi metodi perché “il sistema non lo permette”. La formazione è sprecata perché non è supportata dall’infrastruttura tecnologica.

Caso 3: Cambio culturale senza modificare strutture di potere. Un’azienda lancia una grande iniziativa di cambio culturale: “siamo tutti un team”, “errori come opportunità di apprendimento”, “innovazione e rischio”. Ma le procedure di approvazione rimangono identiche (cinque livelli gerarchici), i KPI premiano la conformità non l’innovazione, chi prova qualcosa di nuovo e fallisce viene penalizzato nella valutazione annuale. Il DNA dichiarato contraddice il DNA praticato, codificato nei sistemi e nelle procedure. L’iniziativa culturale fallisce perché le strutture profonde (software, procedure, sistemi di incentivi) non sono cambiate.

L’approccio olistico è necessario perché riconosce che questi tre elementi sono in equilibrio dinamico. Modificare uno crea pressione sugli altri, che reagiranno in modi che possono essere costruttivi (adattamento evolutivo) o distruttivi (rigetto, boicottaggio, disfunzione).

Controindicazioni e Limiti Reali

Nonostante la sua correttezza teorica, l’approccio olistico presenta controindicazioni significative che vanno riconosciute onestamente:

1. Complessità paralizzante. Riconoscere le interconnessioni sistemiche può portare a un’analisi infinita dove ogni elemento è collegato a tutti gli altri e non si sa da dove iniziare. Un manager che abbraccia la visione olistica rischia di vedere così tanti fattori interdipendenti da non riuscire più a prendere decisioni. “Non possiamo cambiare il software finché non formiamo le persone, ma non possiamo formare le persone sul software che non hanno ancora, ma non possiamo scegliere il software giusto se non capiamo prima come lavorano le persone, ma come lavorano le persone dipende dal software attuale che vogliamo sostituire…”. Il loop è infinito.

2. Risorse irrealistiche. L’intervento olistico “fatto bene” richiede risorse (tempo, denaro, attenzione manageriale, energia organizzativa) che raramente sono disponibili. Mentre i consulenti spiegano che serve un approccio sistemico che coinvolga formazione, change management, riorganizzazione processi, revisione KPI, comunicazione interna, supporto psicologico e aggiornamento tecnologico simultaneo, la realtà è che il budget copre a malapena il software e due giorni di formazione. La scelta diventa: fare un intervento parziale sapendo che è subottimale, o non fare nulla aspettando risorse che non arriveranno mai?

3. Tempi incompatibili con l’urgenza. L’approccio olistico richiede tempo: per analizzare, progettare, coinvolgere, sperimentare, aggiustare, verificare. Ma le organizzazioni vivono nell’urgenza: il sistema attuale sta collassando, il fornitore non supporta più il prodotto, la concorrenza sta guadagnando terreno, la regolamentazione cambia tra sei mesi. Non c’è tempo per l’approccio olistico ideale. Serve intervenire subito, con un approccio necessariamente parziale e imperfetto.

4. Il mito della comprensione totale. L’approccio olistico presuppone che sia possibile comprendere tutte le interconnessioni significative del sistema. Ma questo è spesso un’illusione. I sistemi organizzativi complessi hanno dinamiche emergenti non prevedibili dall’analisi delle parti. Si possono mappare i processi formali, ma non si può mappare completamente la rete di relazioni informali, le alleanze politiche, i traumi organizzativi sepolti, le interpretazioni soggettive che ciascuno dà alle stesse procedure. L’approccio olistico promette una comprensione che non può davvero fornire.

5. La trappola del “non è mai il momento giusto”. Paradossalmente, l’approccio olistico può diventare una scusa per procrastinare. “Non possiamo partire con il progetto ora perché non abbiamo ancora fatto l’analisi culturale completa”. “Non possiamo formare le persone perché stiamo ancora decidendo il software”. “Non possiamo cambiare i processi perché stiamo aspettando la riorganizzazione”. Ogni intervento viene rimandato in attesa che tutte le condizioni sistemiche siano allineate – condizioni che non si allineano mai spontaneamente.

Un Pragmatismo Necessario

La contraddizione fondamentale è che l’approccio olistico è teoricamente corretto ma praticamente quasi impossibile da implementare completamente. La soluzione non è abbandonarlo, ma adottare quello che potremmo chiamare “olistico pragmatico”:

  • Consapevolezza olistica, intervento parziale: Anche se l’intervento concreto sarà necessariamente parziale (per vincoli di budget, tempo, attenzione), mantieni la consapevolezza delle interconnessioni. Intervieni sul software sapendo che stai implicitamente intervenendo su comportamenti e cultura. Monitora gli effetti sistemici non previsti.
  • Iterazione rapida invece di pianificazione perfetta: Invece di cercare il piano olistico perfetto, fai interventi parziali rapidi e osserva le reazioni del sistema. L’organismo ti dirà, attraverso le sue risposte, quali sono le connessioni rilevanti che avevi sottovalutato. Adatta in base al feedback.
  • Priorità strategiche invece di completezza: Non puoi intervenire su tutto simultaneamente. Scegli consapevolmente dove concentrare risorse limitate, accettando che altri aspetti saranno trascurati. Ma scegli strategicamente: quali leve hanno il maggior effetto sistemico? Dove il cambiamento si autopropaga invece di richiedere imposizione continua?
  • Onestà sulle limitazioni: Comunica apertamente che l’intervento è parziale per necessità, non per scelta. Questo riduce le aspettative irrealistiche e prepara l’organizzazione al fatto che emergeranno problemi imprevisti che richiederanno aggiustamenti continui.

L’approccio olistico è una bussola concettuale più che una metodologia implementabile alla lettera. Ti aiuta a non commettere l’errore ingenuo di credere che cambiare un elemento lasci inalterato il resto. Ma ti costringe anche a confrontarti con l’impossibilità pratica di controllare tutte le variabili simultaneamente. È un invito all’umiltà intellettuale: riconosci la complessità del sistema, ma accetta anche che dovrai agire con comprensione imperfetta, risorse limitate e risultati in parte imprevedibili.

Conclusioni

La metafora dell’organizzazione come organismo vivente non offre soluzioni semplici, ma una lente interpretativa che rivela la complessità reale delle dinamiche aziendali contemporanee. In particolare, evidenzia come il software non sia un mero strumento tecnologico neutro, ma una componente che partecipa attivamente all’evoluzione dell’organizzazione, spesso in modi non previsti né desiderati, in una simbiosi complessa con le persone e la cultura aziendale.

Riconoscere questa interdipendenza è necessario per chiunque si occupi di trasformazione digitale, ma è anche fonte di umiltà: ogni intervento tecnologico è anche un intervento culturale e organizzativo, con conseguenze che si manifestano su orizzonti temporali lunghi e in modi difficilmente prevedibili. L’organismo-azienda non è un meccanismo che si può smontare, aggiustare e rimontare. È un sistema vivente, con una sua inerzia, una sua memoria, una sua resistenza al cambiamento.

La chiave non è il controllo totale, che è illusorio, ma una comprensione più profonda dei meccanismi evolutivi e una maggiore onestà intellettuale nel riconoscere i limiti dell’azione intenzionale. L’organismo-azienda nasce, cresce, si adatta, si ammala, e talvolta muore. Comprenderne la natura biologica significa accettare che, come ogni essere vivente, ha una sua autonomia che resiste ai nostri tentativi di programmazione e controllo. La domanda non è “come possiamo controllarlo perfettamente?” ma “come possiamo convivere con la sua complessità e guidarlo, nei limiti del possibile, verso evoluzioni desiderabili?”

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